martes, 25 de mayo de 2010

Eneida - versione italiana

I - Partire



Nell’odio come nell’amore cresciamo
secondo quello di cui ci nutriamo.
Mary Renault




Mise i pochi gioielli rimasti in un piccolo sacchetto di seta rossa cinese. Gli altri li aveva portati via lui di nascosto e a dispetto della fine di un amore che non lascia neanche i ricordi più belli.

Le aveva lasciato quelli che le erano stati regalati dalla sua famiglia in Spagna nel corso del tempo: la collana di perle che sua madre le aveva donato quando era nata la prima figlia, un elegante filo cangiante racchiuso da un fermaglio d’oro a forma di foglia e incastonato da altre piccole perline; la mamma le aveva anche dato in quell’occasione il braccialetto di nonna Ifigenia, d’oro così antico da far sembrare rossi i trifogli che componevano la sua catena; il braccialetto di perle a tre fili, generoso regalo di suo padre Andrea il quale, siccome pensava che le perle portassero sfortuna, aggiunse al suo dono il ciondolo d’ametiste brasiliane che al contrario di quanto si crede per via del loro colore purpureo, favoriscono invece la fortuna; qualche paio di inutili orecchini che anziane zie distratte le avevano inviato in passato, senza ricordare che lei non li poteva indossare perchè non aveva e non avrebbe mai forato i suoi lobi.

Lui aveva portato con sé gli anelli che ogni anno le regalava negli anniversari, in occasione della nascita della loro primogenita Lavinia e anni dopo, delle loro figlie seconde Alba e Bianca, di una festa della mamma, di un compleanno: il rubino e lo smeraldo, piccoli ma preziosi omaggi che le aveva riportato dai suoi viaggi in oriente; l’ultimo: il piccolo brillante montato sopra un moderno anello d’oro bianco.
Anche gli oggetti portati per lei dall’India erano andati: l’antico portatrucchi in argento a forma di stella con inciso il nome della sposa a cui era appartenuto, dove lei conservava braccialetti d’agata, ambra, giada e malachite, collanine ed altra piccola bigiotteria che non sminuiva affatto l’incanto dei cassettini che le sue cinque punte custodivano; il cofanetto porta-gioelli in legno intarsiato con cassetti e coperchio a scorrimento che conteneva i resti, le parti e i monconi di gioielli rotti nel tempo, collane spezzate, perline sfuse, pietre dimenticate.
Non vi erano più gli zaffiri cinesi, il cui blu intenso lei aveva potuto ammirare in contrasto con la seta rossa del sacchetto che li aveva contenuti, la grossa collana di perle di fiume indiane, fresche e sonore, il lapislazzulo egiziano incastonato in oro ed altri ciondoli che riproducevano piccoli animali propiziatori di ogni felicità.
Scoprì con sorpresa l’acquamarina ovale rimasta dimenticata in fondo al comodino, nell’ovatta della piccola scatola d’argento e madreperla. Era lì da anni, in attesa di essere incastonata in un anello che un giorno sarebbe stato ideato e disegnato per lei, ora diventato occhio freddo e cristallino, testimone di antiche offese il cui perdono si compra con l’oro e le pietre.


Il sacchetto giaceva nel fondo della borsa a tracolla porta computer dove avrebbe aggiunto il bagaglio leggerissimo: qualche cd scelto –i numerosi libri erano un carico che avrebbe lasciato insieme al fardello del passato -, poca biancheria intima, qualche camicetta e un paio di pantaloni estivi. Pochissimi altri oggetti personali, niente di più serviva nel luogo dove andava, dove avrebbe cominciato a ricostruire ricordi e desideri nuovi.

I vestiti, le collezioni, i mille oggetti in legno, terracotta, argento, il ricordo di una vita, li avrebbe lasciati lì in memoria di un passato che ora si dissolveva, assorbito dalle mura, dalle tende, per poi sfuggire, come un filo di fumo uscendo dalle finestre socchiuse.

Scese le scale di marmo della grande casa con la borsa a tracolla e le scarpe in mano per non svegliare le pareti addormentate benchè già inondate dalla prima luce di fine estate.
La micia dormiva profondamente sul cuscino in tessuto marocchino d’oro e blu, il suo preferito, accoccolata in una posizione impossibile di yoga felino. Una carezza al musetto che si arricciò all’istante ma l’animale rimase immobile nel suo placido sonno.

Entrò in cucina. Non avrebbe fatto il caffè. Lasciò che tutto rimanesse ordinato e pulito, ogni cosa al suo posto come aveva sistemato la sera prima. I primi raggi infuocavano i colori delle ceramiche, il bianco immacolato degli sportelli e del bancone, l’acciaio dell’acquaio, l’arcobaleno di figure che componevano i disegni infantili appesi alla parete di fronte. Il rombo faticoso e solitario del vecchio frigorifero vibrava nel pavimento e attraverso le pareti, serpeggiava su per le scale, avvolgendo la casa in un ronzio ritmato e soporifero.

Infilò le scarpe sul tappetto dell’ingresso, si girò per un ultimo sguardo al salone familiare e uscì.
Fuori dalla porta, steso sullo zerbino del terrazzo, dormiva in tutta la sua lunghezza il cane pastore che in un primo momento neanche si alzò. Il muso si sollevò appena da terra e lei cercò di scavalcarlo col piede sfiorando leggermente il suo morbidissimo pelo. A quel punto l’animale si svegliò del tutto e con uno scatto si mise in piedi pronto a salutare e festeggiare. Lei lo confortò con qualche carezza e lo salutò.

- “Fai il bravo, Rocco!”

Lui rimase a guardarla in cima ai gradini quando uscì dal cancello. Il cane diede un’occhiata routinaria alla strada, agli uccelli che si affaccendavano intorno agli alberi vicini e sbadigliò di noia per l’inatteso risveglio mentre la vedeva allontanarsi con la borsa a tracolla accompagnata soltanto dal picchiettare echeggiante dei tacchi sull’asfalto deserto.

2 comentarios:

  1. Molto brava anche in italiano ! Complimenti.Elisa

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  2. Che bello aver dato e ricevuto amore ad una vera DONNA!
    Solo per lei rimane vivo il sentimento!
    ammico del mare.

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